A proposito di…un popolo antico!

Il 21 giugno è, per convenzione, il primo giorno d’estate, periodo foriero di grandi calure e prolungato divertimento. A sancire l’inizio della bella stagione, il solstizio d’estate, momento astronomico celebrato con grandi falò notturni da diverse civiltà agricole antiche, tra cui anche i Celti, popolo a noi molto più vicino di quanto si possa pensare; curiosi di scoprirne di più?

I Celti sono un antichissimo popolo risalente all’VIII secolo a.C.. La loro area originaria è identificabile nella zona compresa tra Reno e Danubio, corrispondente all’attuale Germania meridionale. Fin dal VII secolo a.C., i Celti intrapresero una politica di forte espansione che, intorno al V secolo a.C., li portò anche in Italia.

Né Reti, né Veneti, Euganei o Etruschi come si pensava: gli antichi progenitori delle valli dell’Agno e del Chiampo parrebbero essere proprio i Celti, quelli che i Romani chiamavano Galli Cenomani.

Cesare, nel suo “De Bello Gallico”, descrive la loro società come articolata in gruppi familiari e divisa in tre classi: quella dei produttori, composta da agricoltori provvisti di diritti formali, ma politicamente sottomessi ai ceti dominanti quella dei guerrieri, detentori dei diritti politici, cui era affidato l’esercizio delle funzioni militari e quella dei druidi, sacerdoti, magistrati e custodi della cultura, delle tradizioni e dell’identità collettiva di un popolo frammentato in numerose tribù. Lo storico romano Diodoro Siculo, invece, racconta delle caratteristiche fisiche e morali dei Celti; egli li descrive come alti, muscolosi e robusti, con occhi generalmente cerulei e capelli biondo-rossicci, di sovente schiariti grazie ad una tintura di acqua e gesso. Irascibili e litigiosi, dice, i Galli erano anche valorosi e leali, nonché grandi amanti della musica, astronomi e matematici avvezzi al compasso e raffinati autori di fibule, collane e orecchini di bronzo e argento.

Un popolo tutt’altro che barbaro, quindi, di alto valore morale e con una grande spiritualità e indipendenza.

Sebbene diversi storici concordino ancora nell’affermare che i Celti, nella loro marcia di espansione, si siano arrestati alle propaggini meridionali del Lago di Garda, risparmiando così il Veneto, diversi reperti archeologici e numerose testimonianze storiche sembrano dimostrare il contrario. E’ questo l’esempio del frammento di “torque”, collana attorcigliata a nodi di argento, ritrovato a Trissino in occasione degli scavi effettuati per l’ampliamento del vecchio cimitero, nell’aprile del 1981.  Il reperto è di grande pregio per la sua rarità in quanto non ascrivibile ai “Venetken”, ossia al popolo dei Veneti, quanto, piuttosto, alla cultura celtica dell’Età del Ferro. Il ritrovamento di Trissino, la località più occidentale in cui finora sia stato rinvenuto questo genere di artigianato, potrebbe far riscrivere la storia dei nostri luoghi.

Nel 2014 la questione è tornata in auge in concomitanza con un’altra importante scoperta: il “medhelan” in località Milani di Muzzolon. Il medhelan, traducibile come “santuario di mezzo”, era il luogo sacro per eccellenza dei Celti: un “nemeton”, letteralmente “bosco sacro”, dal tracciato ellittico di circa sei ettari di superficie, unico nel suo genere. Questo santuario, dalle dimensioni molto simili all’omologo di Tar in Irlanda, non è infatti inscritto all’interno del villaggio, come accade per il medhelan di Milano, ma è esterno ad esso.

Questi ritrovamenti raccontano di una tribù indigena celtica che aveva nella Valle dell’Agno la capitale morale e politica; un insieme di villaggi fortificati che facevano capo ad un unico re, sparsi tra Castelgomberto, Valdagno, in contrada Bergamini, Cornedo e Recoaro, in località Santagiuliana.

Un popolo molto sviluppato, quindi, che ci ha lasciato in eredità diverse tradizioni e numerosi toponimi locali e da cui avremmo ancora molto da imparare, come, ad esempio, il rigido rigore etico, l’alta considerazione della donna nella società nonché la particolare sensibilità per la natura.

di Giulia Sbrizza

 

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