A proposito di…una “vacca scura”!

Luglio, il mese in cui scatta la voglia di vacanze, gite ed evasione in generale. Oggi ricerchiamo mete esotiche, sogniamo Paesi lontani, mentre i nostri nonni si accontentavano di trascorrere una giornata nella fresca Recoaro o un pomeriggio nell’elegante Vicenza. Il mezzo preferito di allora non era l’auto, bensì il tram, dapprima a vapore e successivamente elettrificato. Scopriamo di più su questo antico mezzo di trasporto!

La storia del trasporto su rotaia nelle Valli dell’Agno e del Chiampo inizia nel gennaio 1878, quando gli ingegneri Ignazio Avesani e Pompeo Marini presentarono alla Deputazione Provinciale Vicentina un progetto di massima per la costruzione di un tramway a vapore tra Vicenza, Arzignano e Valdagno; l’idea fu sostenuta con grande entusiasmo da Gaetano Marzotto, il magnate valdagnese dell’industria laniera che vedeva nell’opera un’occasione di sviluppo economico-industriale.

Nel 1879, dopo la concessione dei diritti alla società inglese “The Province of Vicenza Co. Ltd.”, presero avvio i lavori di realizzazione che, seppure con due mesi di ritardo, portarono all’apertura della tratta il 2 agosto 1880.

I primi mesi di esercizio del “tranvai” furono costellati da piccole avarie, frequenti ritardi e rovinose uscite di binario che causarono anche delle vittime. Gli episodi, alcuni divertenti altri più tristi, sono stati descritti nella cronaca dell’epoca dalla stampa locale; “Il Berico” del 21 novembre 1880 racconta: “II 12 novembre, il tram della corsa antimeridiana diretto a Valdagno, arrivato sul ponte Lupiaro, si fermò e per poter superare la breve salita, i viaggiatori dovettero scendere e spingere il convoglio”.

Inizialmente la tranvia raggiungeva, da una parte, Arzignano, attraversando il torrente Agno, e dall’altra la miniera di carbon fossile in Località Pulli a Valdagno. Nel 1885 la linea fu prolungata fino allo stabilimento della Manifattura Lane Gaetano Marzotto & Figli S.p.A. della frazione Maglio di Sopra di Valdagno, assicurando così il commercio di tessuti con l’Australia. E’ a partire da questo periodo che la locomotiva fu affettuosamente battezzata dai più “Vaca mora”, ossia “vacca scura”, a causa del tipico colore nero degli sbuffi che emetteva quando era in funzione.

Nel 1903 fu inaugurato il prolungamento della linea fino a Chiampo e, dopo la costituzione della Società Tramvie Vicentine (STV) nel 1907, si provvide alla costruzione del proseguimento della tranvia fino alla frazione Molini di Sotto di Recoaro Terme, aperta al pubblico nel luglio 1919. La cittadina termale rimase scollegata alla linea tranviaria fino al 1910, quando nuove locomotive più potenti riuscirono a superare l’elevata pendenza, andando a sostituire definitivamente il servizio di carrozze trainate da cavalli.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, durante la quale la rete delle STV fu utilizzata per il trasporto di truppe, la linea tranviaria entrò nell’era moderna: l’elettricità prese il posto del carbone. Al termine dei lavori di elettrificazione del biennio 1927-29, si poteva compiere l’intero tragitto da Vicenza a Recoaro in poco più di un’ora, contro le due ore precedenti dei convogli a vapore.

Gli anni ’60 e ’70 videro il declino del tram a favore del trasporto su gomma. Ciò, unito al tracollo finanziario di Ferrovie e Tramvie Vicentine S.p.a., la nuova società subentrata a STV, determinò il progressivo smantellamento della rete tranviaria. Dapprima toccò al tratto Valdagno-Recoaro, chiuso il nel 1961, e poi alla diramazione San Vitale-Chiampo, fino ad arrivare alla dismissione completa in tutto il Vicentino nel maggio 1980, pochi mesi prima di poter compiere i cento anni di vita.

Ed oggi cosa è rimasto di questo nostro elegante passato? Sparpagliate regolarmente lungo le nostre valli, sono ancora presenti le vecchie stazioni, alcune restaurate, altre in stato di abbandono, quali testimoni di un passato lontano. A Valdagno, invece, è possibile visitare la bellissima elettromotrice 001 che, restaurata nel 1987, fa bella mostra di sé sotto la pensilina presso la stazione dei bus. I più nostalgici, invece, potrebbero canticchiare la vecchia cantilena scritta in onore della “Vaca mora”: “La vaca mora/ La vaca mora/ Che dal camìn la sùpia fora/ Bronse calde e fumo nero/ Come il culo del caliero/…”.

di Giulia Sbrizza

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