A proposito di…un tradizionale liquore!

Assieme a settembre, è arrivato l’autunno: foglie che ingialliscono, profumo di funghi e tempo uggioso. Quale modo migliore per risollevare lo spirito se non un buon bicchiere di “Biancorosso” da Carlotto? Lo storico locale valdagnese, però, non è solo l’artefice di eccezionali aperitivi, ma anche il depositario di una lunga tradizione; scopriamone di più assieme!

Le origini della Liquoreria Carlotto si collocano all’interno della storia mitteleuropea, in quanto fu la famiglia Potepan, ungherese di origine, a costituire e caratterizzare, con una impronta tutt’ora presente, questa particolare azienda di liquori.

I Potepan lasciano la terra natale verso la fine del ‘400 e, portatori della grande tradizione pasticcera vanto del popolo magiaro, approdano alla corte asburgica di Francesco I d’Austria intorno al 1820, grazie alla fama delle loro preparazioni.

In quegli anni Anton Potepan fu inviato nel Lombardo-Veneto, parte integrante dell’Impero Asburgico, per svolgervi il servizio militare e, nonostante le difficoltà della guerra, maturò la volontà di trapiantare in questa “giovane nazione” l’arte della pasticceria e della liquoristica.

L’arte dei liquori e l’amore per l’Italia fecero nascere in Anton Potepan l’idea di stabilirsi in Veneto, precisamente a Valdagno. Insieme al figlio Giovanni Onesto, e grazie alle ricette di famiglia, basate sull’uso di ingredienti di alta qualità, nel 1883 Potepan avviò la sua Offelleria.

Questi sono gli anni di produzione del prestigioso Rosolio, liquore realizzato secondo una ricetta centroeuropea e prodotto a partire dall’essenza dell’olio di rosa bulgara, ma anche dell’Amaro ‘900 e dello Zabaione.

Fu il figlio Giovanni Onesto Potepan, esperto pasticcere,  a proseguire e far prosperare l’attività del padre, attività che, in un secondo momento, passò nelle mani delle figlia di Giovanni, Teresa Potepan, ereditiera dell’arte pasticcera e liquoristica nonché del preziosissimo ricettario segreto di famiglia. Sposatasi poi con Girolamo Carlotto, proprietario insieme al fratello Vittorio di una liquoreria in Via Mazzini, portò in dono al marito come dote nuziale le ricette di famiglia.

A seguito del trasferimento della Carlotto & C. da Via Mazzini a Via Garibaldi, iniziò un’ampia produzione di liquori che permise lo sviluppo dell’azienda. Purtroppo, l’avvento della Seconda Guerra Mondiale, determinò la chiusura della fabbrica per circa un anno a causa della difficoltà di reperire gli ingredienti per la produzione dei liquori, primi fra tutti alcool e zucchero.

Al termine del conflitto, la Liquoreria riprese l’attività, spinta anche dall’entusiasmo di vedersi annoverata tra i Locali Storici d’Italia quale prima attività in tutto il territorio di Vicenza, Verona e Mantova a possedere la licenza fiscale per la vendita o somministrazione di prodotti alcolici (UTIF).

Nel 1974 subentrò nella gestione della Liquoreria il figlio Giuseppe Carlotto, esperto enologo, che pose le basi per il futuro dell’azienda, minacciata dal fenomeno della produzione di massa. Giuseppe promosse così l’incontro tra la Ditta Carlotto e Gualtiero Marchesi, fondatore della nouvelle cuisine, che firmò una nuova corrente liquoristica di cui entrarono a far parte il Cordiale, la particolarissima China di Carlotto, il premiato Fior d’Agno e il celeberrimo Biancorosso, indiscusso re degli aperitivi.

Nel 1966 nasce Daniela, rappresentante della quinta generazione dei Carlotto, che dapprima subentra con cura certosina alla preparazione dei liquori e successivamente, nel 2000, inaugura il negozio Le Bontà, accanto alla sede storica della Liquoreria.

Ad oggi, vantando diversi premi e con una produzione annua di circa 25 000 bottiglie, la Liquoreria Carlotto ha vinto la sfida contro il tempo.

Non perdete allora l’occasione di fare un salto in questo storico locale nel cuore di Valdagno. Accanto agli aneddoti su Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria e grandissimo estimatore del Rosolio, e sul “vin santo” piemontese risalente al secondo conflitto mondiale, rimasto invenduto nonostante le penuria di alcoolici, potrete gustare un “goto” di Biancorosso; va sempre servito freddo, ma la domanda di rito davanti allo storico bancone rimane la stessa: “freddo o ambiente?”.

di Giulia Sbrizza

 

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