A proposito di…un albero che produce pane!

Si avvicina la fine di ottobre, tempo di vino novello, funghi e…castagne! Da sempre prime protagoniste della stagione autunnale, vedono il loro culmine nel giorno di Ognissanti, durante cui è tradizione consumarle arrostite. Se non riuscite ad aspettare la fine di ottobre per gustare questa semplice quanto speciale leccornia, potreste fare un salto alla “Festa dei Marùni” ad Alvese di Nogarole! Ma scopriamo qualcosa di più su questo frutto e, soprattutto, sull’albero che lo produce: il castagno.

Il castagno (Castanea sativa Mill.) è un albero appartenente alla famiglia delle Fagaceae di indiscussa importanza nel panorama europeo.

Fin dall’antichità, infatti, ha riscosso l’interesse dell’uomo per i molteplici utilizzi: gli Ellenici ne svilupparono la coltivazione, i Fenici ne commerciarono i frutti in tutto il bacino del Mediterraneo, mentre i Romani codificarono l’utilizzo del legname; Ulpiano, politico e giurista romano del III sec. d.C., descriveva la “silva palaris”, ossia un bosco di castagni da cui si traevano i pali tanto utili alla fortificazione degli accampamenti militari.

Durante il Medioevo, furono soprattutto gli ordini monastici a migliorare la coltivazione, la conservazione e la trasformazione delle castagne. Fu allora che si affermò il mestiere di “castagnatores”, svolto da contadini specializzati nella raccolta e lavorazione di questi prodotti del bosco. Le castagne divennero così l’alimento principale delle genti di montagna, identificato come un cibo plebeo da evitare nei menu di corte. Fu probabilmente per questi motivi se nel XIII sec. iniziò a diffondersi il termine “marrone” per indicare le qualità eccellenti, più grosse e preziose, meglio adatte ad un consumo elitario.

Nel Rinascimento, la castanicoltura era ormai una realtà affermata; il Mattioli, esperto botanico cinquecentesco, raccontava questo a proposito delle castagne: “nelle montagne ove si raccoglie poco grano, si seccano [… ] e fassene farina la quale valentemente supplisce per farne pane”.

Successivamente all’apice del Settecento illuminista, in cui vennero inventati i marrons glaces, i mutamenti socio-economici ottocenteschi ridussero progressivamente le superfici destinate a castagneti da frutto.

Il colpo di grazia alla castanicoltura europea fu sferrato dal cancro corticale del castagno, una terribile malattia fungina che decimò gli alberi di castagno all’inizio degli anni ’40; oggi i castagneti si sono fatti rari e permangono solo nei luoghi più vocati per la coltivazione del castagno e per la raccolta del suo frutto.

Del castagno si utilizza tutto: non solo i dolci frutti, che gli valsero l’appellativo di “albero del pane” attribuitogli dallo storico ateniese Senofonte, ed il pregiato legno, con cui si realizzano travi, infissi, doghe per botti, cesti e mobili, ma anche corteccia, foglie e fiori. Il castagno, inoltre, è un’ottima pianta mellifera, ricca di tannini utili alla concia delle pelli ed impiegata anche in farmacopea.

Anche nelle nostre valli la castanicoltura era diffusa sin dai tempi antichi; già la Repubblica di Venezia incentivava i tagli dei castagneti per l’approvvigionamento di legname da costruzione navale, mentre nell’età moderna, si affermò il governo a ceduo nella variante a sterzo per la produzione dei pali telegrafici.

Ma è la castagna la vera protagonista di questa stagione! Il poeta latino Virgilio ci fornisce la ricetta per cucinare il frutto con latte e formaggio, il gastronomo romano Apicio, invece, consiglia di cuocerle al tegame con spezie, erbe aromatiche, aceto e miele, infine, l’epigrammista latino Marziale ne descrive quella che ancor oggi è la cottura prediletta: le castagne arrostite!

Un’occasione davvero ghiotta per gustare in compagnia i “marùni brustolà”,prelibatezza della stagione autunnale che riporta alla mente i ricordi d’infanzia e il calore del caminetto accesso in queste prime sere più fredde, è la , che, come ogni anno, si tiene nel quarto weekend di ottobre nella piccola frazione di Alvese di Nogarole Vicentino, nell’alta Valle del Chiampo.

di Giulia Sbrizza

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