IL SENTIERO DELLE CASCATE

Documentazione a cura di Giulia Sbrizza

La cascata delle Sette Fontane.
L’ex-Presidente del Rotary Club Valdagno Giorgio Mariot.

Il progetto di sistemazione del “Sentiero delle Cascate” si collega alla valorizzazione dell’alta Valle dell’Agno, con la particolare prospettiva di potenziamento dell’offerta turistico-escursionistica. Il sentiero va ad integrarsi con altri percorsi esistenti già tematizzati, quali il “Sentiero dei Grandi Alberi” e il “Sentiero delle Mole”. Si sviluppa anche il coordinamento con il progetto del “Sentiero Energia”, fatto proprio da Impianti Agno, che intende valorizzare i sentieri di collegamento tra le centrali e la pista ciclabile del torrente Agno, aumentando la valenza dei due percorsi con aspetti complementari. L’intervento è prezioso anche dal punto di vista educativo e didattico.

Il percorso è intitolato a Giorgio Mariot, presidente del Rotary Club Valdagno, prematuramente scomparso il 12 marzo 2017 a 63 anni, primo sostenitore del progetto.

“Sentiero delle Cascate”

Il percorso che ripercorre la storia di Recoaro e del suo legame con l’acqua

Vista del sentiero sull’Altopiano delle Montagnole.

Il sentiero si sviluppa lungo la Val della Lora, aprendosi in quota sull’Altopiano delle Montagnole e costeggiando le pendici del Monte Zevola.

Il percorso prende avvio da Malga Lora, in Località Gazza di Recoaro Terme, presso cui è agevole il posteggio dell’automobile. Da lì si sale verso la Trattoria Obante, lungo la strada asfaltata, ma, prima del primo tornante, si svolta a sinistra, imboccando una strada sterrata che, dapprima, costeggia un caseggiato e che, dunque, si inoltra nel bosco di faggi.

Una delle trincee risistemate presenti lungo il sentiero.

Il sentiero prosegue risalendo la Val della Lora, quasi racchiuso, nel suo primo tratto, da resti di vecchi muretti a secco, ormai riconquistati dalla vegetazione. Dopo circa 5-10 minuti di cammino, il sentiero svolta a Sud-Est, cominciando l’ascesa all’Altopiano delle Montagnole; è questa la parte più faticosa di tutto il sentiero.

Si sale per più di un chilometro, avvicinandosi progressivamente alla base del versante occidentale del Monte Rove. Al termine della salita, si apre il pianoro delle Montagnole, dove è possibile scorgere i residui bellici delle trincee della Grande Guerra, zigzaganti tra i pascoli, e la vicina Malga Rove, circondata dalle pozze d’alpeggio e da maestosi ciliegi; qui il percorso si interseca col “Sentiero dei Grandi Alberi”.

Ghiaione nei pressi del Rifugio Battisti.

Si prosegue dunque verso i piedi del Monte Gramolon, salendo gradualmente di quota lungo un falsopiano suggestivo; questo tratto di percorso ricalca parte del cosiddetto “Sentiero Alto”, il numero 120 del registro CAI. La strada va a costeggiare la zona scoscesa dei ghiaioni, alle pendici del Monte Zevola, compiendo un arco in direzione Nord e avvicinandosi progressivamente al Rifugio Cesare Battisti. Qui il percorso tocca il punto di quota maggiore dopo circa 4 km dalla partenza, incontrando in più punti le vecchie postazioni di guerra rimesse a nuovo nell’ambito del progetto “Ecomuseo della Grande Guerra”.

Una delle cascatelle presenti lungo il percorso.

Una volta giunti al rifugio, si imbocca la strada asfaltata che scende verso valle, ma, poco dopo il secondo tornante, si svolta a destra, giù per un sentiero che si inoltra nel bosco. Lungo questo tratto relativamente scosceso, il percorso fiancheggia il corso del torrente Lora, che prende via via corpo per l’aggiungersi di diverse sorgenti.

Proseguendo nella discesa, si arriva naturalmente al vecchio canale derivatore in cemento; percorrendolo verso sinistra si giunge al bacino di raccolta dell’acqua, tale Bacino Lora, mentre proseguendo a sinistra, si perviene presso una delle opere di captazione dell’acqua progettate per il funzionamento della Centrale Gazza. Si tratta di una piccola diga ad arco in sassi e cemento, denominata delle “Sette Fontane”, posta obliquamente il corso del torrente che raccoglie l’acqua proveniente da una suggestiva cascatella.

Da qui, superando un caratteristico ponte in legno, si svolta a sinistra in prossimità di un bivio che scende ancora verso valle fino a ricongiungersi col sentiero dell’andata, poco prima dell’attacco della salita all’Altopiano.

La relativa bassa difficoltà del sentiero e il tempo di percorrenza contenuto ne rendono un percorso adatto anche agli escursionisti meno esperti, ivi compresi famiglie con bambini, che rimarranno meravigliati dalla sua suggestività.

Traccia GPS del sentiero.

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Approfondiamo la storia di questo progetto…

E’ innegabile che la storia della Valle dell’Agno nell’Alto Vicentino sia legata a doppio filo
all’acqua, anzi, più precisamente, allo sfruttamento idroelettrico di questa risorsa e, conseguentemente, alla famiglia Marzotto.
Fin dagli ultimi anni dell’Ottocento, infatti, l’industria laniera dei Marzotto iniziò ad interessarsi all’uso della risorsa idraulica, quale integrazione energetica sostitutiva del vapore, per via del costo sempre maggiore dovuto al calo dell’attività estrattiva del carbone.
Il primo ad appassionarsi alla materia fu Alessandro Marzotto, terzo figlio di Gaetano e Anna Tomba, che, fresco di laurea in Ingegneria all’Università di Padova, cominciò la progettazione di tutto un sistema di piccoli impianti da svilupparsi tra Recoaro e Valdagno, aventi profondo legame col territorio.
Realizzate dalla Marzotto a cavallo tra Ottocento e Novecento per fornire energia agli stabilimenti di Valdagno e del Maglio, le centrali idroelettriche dell’Alta Valle dell’Agno furono un elemento fondamentale per la crescita del Lanificio.
Queste strutture, collegate l’una all’altra in modo da non sprecare neppure una goccia della preziosa risorsa, segnano ancor oggi il paesaggio della Valle dell’Agno con diverse opere complementari: briglie di presa, canali derivatori, ponti canali, bacini di carico, condotte forzate ed edifici motore.
Ultima, in ordine cronologico, tra le centrali idroelettriche costruite dalla Marzotto nell’alta Valle dell’Agno è la centrale denominata Gazza, struttura che prevedeva di sfruttare l’acqua che sgorgava naturalmente nella Val della Lora, corredata da piccole briglie, bocche di presa, un canale derivatore e un bacino di dimensioni ragguardevoli; in questa valle si concentra lo sviluppo di tematizzazione del sentiero.
La fama dei Marzotto ha da tempo travalicato i confini provinciali e regionali e, in questo senso, il progetto si propone di far conoscere anche la storia di sfruttamento energetico della risorsa idrica della zona, e, nel particolare, quella che è la testimonianza rappresentata dalla centrale Gazza e dalle sue sorgenti.

I Marzotto e l’industria laniera

Logo della famiglia Marzotto.

Il gruppo Marzotto è una famosa fabbrica tessile italiana, con sede a Valdagno, in provincia di Vicenza. La cosiddetta “Fabbrica” Marzotto nasce nel 1836 come Lanificio Luigi Marzotto & Figli, fondata da Luigi Marzotto (1773-1869). L’inizio è quello di una piccola attività a conduzione familiare, con soli 12 operai, affiancata da un mulino per la macinatura del gesso, che, per una cinquantina d’anni, fu la produzione principale.
Nel 1842 la direzione viene assunta dal figlio Gaetano Marzotto Sr (1820-1910), la cui gestione ne accresce la produzione. Nel 1869 si installano innovative turbine, mentre, nel 1876 il numero degli operai è già salito a 400, nel 1879, poi, si aggiunge una filatura a Maglio di Sopra.

Al principio del Novecento, i due stabilimenti alimentati dall’impianto idroelettrico costruito presso Recoaro occupano 1700 dipendenti.
Nel 1908 vengono inaugurati nuovi stabilimenti presso Manerbio (BS) che contribuisco ad
incrementare notevolmente la produzione dell’industria e il suo personale addetto. Nel 1910, alla morte di Gaetano, subentra il figlio Vittorio Emanuele (1858-1922), dal forte spirito innovativo, che, attraverso la meccanizzazione e la razionalizzazione del lavoro, trasforma la Marzotto in una grande industria che serve il territorio nazionale ed estero.
Dopo l’assassinio di Vittorio Emanuele, il figlio Gaetano (1894-1972) acquista la fabbrica dai parenti, evitando così divisioni interne.

Una delle prime pubblicità del Gruppo Marzotto.

L’azienda, che aveva 1200 dipendenti, viene quindi rinnovata sia nei macchinari sia negli edifici, secondo i sistemi fordiani. Il rispetto rigoroso degli orari e la razionalizzazione del lavoro permisero di arrivare ad avere 3500 dipendenti nel 1931, raddoppiando la produzione dei tessuti e quadruplicando quella dei filati.
Con l’industria, cresce il paese di Valdagno: Gaetano Marzotto Jr, figlio di Vittorio Emanuele, predispone l’edificazione della Città sociale, quartiere che unisce una precisa organizzazione all’estrema avanguardia dei tempi. La zona raccoglieva le case degli operai, le ville dei dirigenti e una serie di servizi per i lavoratori e le loro famiglie.

Il villaggio operaio, cresciuto ai piedi del vecchio paese di Valdagno, era infatti dotato di asilo, scuole, ospedale, casa dei balilla, casa di riposo, panificio e fattoria modello.

Per lo svago vi era il dopolavoro ed il teatro, per i piccoli la colonia estiva sulle Dolomiti e a Jesolo, per gli adulti l’albergo sul monte Albieri.

La realtà “Marzotto” venne così a radicarsi profondamente in questa cittadina.
Nel 1982 la guida del gruppo viene assunta da Pietro Marzotto che, negli anni ottanta, attua una politica di acquisizioni. Nel 1985 viene acquistato il Gruppo Bassetti, nel 1987 la Lanerossi, nel 1991 Hugo Boss in Germania, nel 2002 viene acquistata la Valentino S.p.A.
Successivi scorpori e acquisizioni, fanno del Gruppo Marzotto uno degli attori odierni più importanti nel settore dei tessuti di lana e di cotone per abbigliamento, nel settore dei filati in lino e nell’arredo casa e, attraverso partecipazioni, nel settore della seta.

 

La centrale idroelettrica Gazza – Il progetto del 1921

La centrale idroelettrica denominata Gazza, ma battezzata originariamente come Lora, è l’ultima, in ordine cronologico, tra quelle costruite dalla Marzotto nell’alta Valle dell’Agno.
La prima domanda per derivare l’acqua della valle Lora fu presentata il 4 ottobre 1921, per conto della Gaetano Marzotto & Figli. Essa chiedeva la possibilità di derivare “l’acqua della valle Lora con lo scopo di produrre energia elettrica da trasportarsi allo stabilimento del Maglio di Sopra” (Agcv, Gazza 236/AG).
A tale richiesta era allegata una relazione tecnica, che, secondo il giudizio del Genio Civile, era stata elaborata con dati presi sommariamente sul luogo e senza le necessarie accurate misurazioni. Inevitabile quindi il parere negativo dell’ufficio provinciale, che invitava la Gaetano Marzotto & Figli a presentare un resoconto più dettagliato, con una planimetria corretta e completa di tutti i dati necessari.
Un secondo progetto di derivazione d’acqua venne quindi presentato il mese successivo, 10 novembre 1921, a firma dell’ingegnere Felice Gorgosalice.

La ditta del Maglio di Sopra chiedeva, come in precedenza, di derivare l’acqua del torrente Lora, più precisamente, “dalle tre sorgenti della valle Lora, situate alla base dei monti Plische, Cima Tre Croci e Rove, aventi nome Lora, Sette Fontane e Lambre” (Agcv, Gazza 236/AG).
Il progetto della Marzotto intendeva riunire le acque di queste tre sorgenti nei pressi della località “Colle della Gazza” per poi condurre le acque più a valle in località “Lambre”, per azionare due turbine idroelettriche da collocarsi in un nuovo edificio motore.
Secondo la relazione tecnica allegata al progetto, l’acqua sarebbe stata raccolta dalle sorgenti con “delle piccole dighe ad arco, in muratura di sassi, sabbia e cemento dell’altezza e dello spessore di un metro” (Agcv, Gazza 236/AG).
Si trattava, riprendendo le parole dell’ingegnere Gorgosalice,“di manufatti di poco impatto, avendo le tre sorgenti larghezze ridotte, rispettivamente di sette, di dieci e tre metri” (Agcv, Gazza 36/AG). Tali piccole dighe sarebbero state costruite obliquamente rispetto all’andamento delle sorgenti, in modo da invitare le acque nel canale derivatore, e sarebbero state riparate con “dei muretti di cemento per evitare eventuali danni ai boschi vicini in caso di piene” (Agcv, Gazza 236/AG).

Più in dettaglio, la prima sarebbe stata posta sul torrente Lora, a poca distanza dall’omonima strada comunale, e tramite una piccola briglia in sasso e malta cementizia avrebbe convogliato le acque nel canale derivatore.
Dopo circa 80 m, questo avrebbe raccolto le acque provenienti dalla seconda opera di presa, presso la sorgente “Sette Fontane”. Più precisamente, si trattava di due diverse opere, da realizzare anch’esse in sasso e malta cementizia, con delle modeste bocche di presa.

Il canale avrebbe poi proseguito per altri 190 m, sempre in tratto boschivo, fino all’ultima opera di presa.

Delle stesse piccole dimensioni delle precedenti, anch’essa duplice, avrebbe raccolto le acque provenienti dalla Valfredda e dalla Valle Lambre.
Il condotto derivatore, che avrebbe seguito il monte “a mezza costa, con un piccolo tratto incassato sotto la mulattiera della Gazza”, sarebbe stato costruito “in muratura di sassi calcari e cemento” (Agcv, Gazza 236/AG).

La maggior parte del suddetto canale lungo in totale 411 m, sarebbe stata nascosta nel terreno, con la duplice conseguenza “di non arrecare danno ai terreni attraversati e di poter giungere alla vasca di carico senza venir inquinata dalle foglie dei boschi attraversati, specialmente nel periodo autunnale” (Agcv, Gazza 236/AG).

Il bacino di carico, che doveva raccogliere le acque al termine del canale, avrebbe avuto le seguenti dimensioni: 10 m di larghezza, 20 m di lunghezza, 4 m di profondità, per circa 800 mq.
Da esso sarebbe partita una condotta forzata della lunghezza di 774 m, costituita da un unico tubo di acciaio del diametro di circa 50 cm, parzialmente interrata.

Poco prima del suo ingresso nell’edificio motore, la condotta sarebbe passata sotto il letto della Valle Lora “in modo da non richiedere la costruzione di alcun ulteriore manufatto” (Agcv, Gazza 236/AG) e si sarebbe poi biforcata per andare ad azionare due turbine Pelton, costruite dalla ditta O.E.M. Rivarolo Lig. nel 1923 con numero di serie 584 e 587 (Fanton & Scarpari, L’avvento dell’energia elettrica, vol. II, scheda 14).

Il progetto di derivazione dell’acqua.
Progetto dell’ingegner F. Gorgosalice (1921), planimetria delle opere di presa sul torrente Lora.

Il piccolo edificio motore, ricalcante la stessa tipologia degli analoghi edificati nella valle, era previsto a tre piani, tra la strada comunale per la Lora e l’omonimo torrente, non molto distante dalla confluenza della Lora con il Vaio Pelegatta; la centrale, più precisamente, sarebbe stata costruita sui terreni di Giovanni Parlato fu Mario di Recoaro, in procinto di essere acquistati dalla G. Marzotto & Figli per 3000 lire (Archivio Eusebio Energia, Centrale Gazza, fasc. storico, Preliminare di compravendita tra Parlato Giovanni e Cav. Gaetano Marzotto fu Luigi, 1 maggio 1924). L’edificio avrebbe ospitato al pianterreno le turbine e i diversi macchinari; al primo l’appartamento del custode e la cabina elettrica a doppia altezza; al secondo piano un semplice magazzino e deposito materiali nel sottotetto.

Dell’edificio era evidenziata la copertura, caratterizzata da quattro abbaini rivolti verso l’accesso alla centrale e originariamente costituita da scandole d’ardesia. Particolare anche la scritta sul fronte d’accesso: su campo rosso chiaro con testo in colore grigio, recante la dicitura “Filatura di lana a pettine G. Marzotto e F. – Centrale Lora”.
Con il passare dei decenni la scritta subì l’usura del tempo (e la decisione di non ricomporla dopo l’introduzione delle tasse pubblicitarie sulle iscrizioni), divenendo praticamente illeggibile.

Un recente restauro, che ha coinvolto tutta la centrale e le sue opere, l’ha però riportata all’antico splendore.

Dopo essere state utilizzate dalle due Pelton, le acque sarebbero infine confluite nel canale derivatore della successiva centrale, la Richellere, poco dopo l’opera di presa di quest’ultima sul torrente Lora.
Queste le caratteristiche tecniche previste per la nuova centrale idroelettrica: una portata media di 150 l/s, con un salto utile di 181.50 m, per una potenza nominale di 270 hp. La Gaetano Marzotto & Figli ottenne la concessione provvisoria per la centrale Gazza l’anno successivo, nel 1922.

Opere di presa sulla Valle Lora.

La centrale idroelettrica Gazza – Un nuovo bacino

Un’importante variante al progetto iniziale fu presentata però solo pochi mesi dopo.

Nel febbraio 1923 l’ingegnere Gorgosalice, sempre per conto della Gaetano Marzotto & Figli, chiese infatti la “sostituzione del piccolo serbatoio di pochi centinaia di metri cubi di volume” con un bacino di dimensioni molto maggiori, pari a circa 12500 mq (Archivio Eusebio Energia, Centrale Gazza, fasc.storico, Progetto di costruzione della vasca di carico, a firma di F. Gorgosalice, 28 febbraio 1923).

Lo scopo era quello di “una più completa utilizzazione dell’energia ritraibile dalla derivazione dell’acqua”, per “immagazzinare l’acqua scorrente dalle prese della derivazione della centrale Gazza durante i periodi di inattività degli stabilimenti” potendo così conseguire una maggiore quantità d’acqua utilizzabile (Archivio Eusebio Energia, Centrale Gazza, fasc. storico, Progetto di costruzione della vasca di carico, a firma di F. Gorgosalice, 28 febbraio 1923).
La relazione tecnica, presentata dall’ingegnere nell’agosto 1923, entrava più nel dettaglio del progetto.

Il nuovo serbatoio sarebbe stato costruito nel medesimo luogo dell’originaria vasca di carico, d’altronde, affermava l’ingegnere, “detta posizione è pianeggiante e forma quasi un serbatoio naturale se non fosse la natura del terreno ghiaiosa e quindi assai permeabile” (Archivio Eusebio Energia, Centrale Gazza, fasc.storico, Relazione tecnica, a firma di F. Gorgosalice, 22 agosto 1923). Le condizioni geomorfologiche del terreno non erano comunque causa di preoccupazioni, vista “la più ampia sicurezza sull’impossibilità di smottamenti causati dalle infiltrazioni delle acque o eventuali perdite del bacino” (Archivio Eusebio Energia, Centrale Gazza, fasc. storico, Progetto di costruzione della vasca di carico, a firma di F. Gorgosalice, 28 febbraio 1923).
La struttura avrebbe avuto una profondità di circa 5 m, per una lunghezza di 58 m con larghezza media, dato il perimetro curvilineo, attestata a circa 48 m.

La muratura perimetrale del nuovo serbatoio sarebbe stata costruita “in maniera uniforme in tutto il perimetro, di circa 200 metri, e costituita da solidi muri, aventi spessore variabile da 1 a 1 metro e 60 centimetri” (Archivio Eusebio Energia, Centrale Gazza, fasc. storico, Progetto di costruzione della vasca di carico, a firma di F. Gorgosalice, 28 febbraio 1923).

Le acque provenienti dal canale derivatore si sarebbero immesse, prima di giungere al bacino vero e proprio in una piccola vasca di carico (5 m di altezza, 2 m di lunghezza, 2 m di larghezza) per permettere “il deposito della sabbia e delle ghiaie eventualmente giunte con l’acqua” (Archivio Eusebio Energia, Centrale Gazza, fasc. storico, Progetto di costruzione della vasca di carico, a firma di F. Gorgosalice, 28 febbraio 1923).

Un analogo manufatto (6 m di altezza, 3 m di lunghezza, 3 m di larghezza) sarebbe stato costruito al lato opposto del bacino e munito di “una valvola chiudibile [che] avrebbe regolato l’uscita dell’acqua e il suo ingresso nella condotta forzata” (Archivio Eusebio Energia, Centrale Gazza, fasc. storico, Progetto di costruzione della vasca di carico, a firma di F. Gorgosalice, 28 febbraio 1923).

IN ALTO: panoramica delle opere di presa sulla Valfredda e sulla Valle Lambre. Da notare il canale derivatore, coperto e in cemento, che ne raccoglie le acque per convogliare al bacino di carico. IN BASSO A SINISTRA: opere di presa nei pressi della sorgente Sette Fontane e sulla Valfredda. IN BASSO A DESTRA: opere di presa sulla Valle di Lambre.

L’ingegnere si dilungava anche nel descrivere l’innocuità delle imponenti opere progettate. “Nessun danno”, commentava Gorgosalice, “può derivare agli utenti inferiori alla suddetta derivazione” (Archivio Eusebio Energia, Centrale Gazza, fasc. storico, Progetto di costruzione della vasca di carico, a firma di F. Gorgosalice, 28 febbraio 1923). E se questi avessero eventualmente registrato “nelle prime ore di lavoro qualche pur lieve mancanza, nelle ore successive tali insufficienze sarebbero state esuberantemente con loro vantaggio compensate […] perché alla portata ordinaria si sarebbe aggiunta quella derivata dal bacino” (Archivio Eusebio Energia, Centrale Gazza, fasc. storico, Progetto di costruzione della vasca di carico, a firma di F. Gorgosalice, 28 febbraio 1923).

IN ALTO: progetto dell’ingegner F. Gorgosalice (1921), particolare della planimetria: vasca di carico e edificio a motore. IN BASSO: prospetto e piano della centrale Gazza.
IN ALTO A SINISTRA: la centrale Gazza dopo i lavori di ristrutturazione. IN ALTO A DESTRA: la centrale Gazza prima dei lavori; parte finale della condotta forzata; l’attuale turbina presente nella centrale (una Pelton ad asse verticale) ha sostituito da qualche anno le due macchine originarie. IN BASSO: progetto per il nuovo bacino dell’ingegner F. Gorgosalice (1923), particolare del bacino.
IN ALTO: progetto per il nuovo bacino dell’ingegner F. Gorgosalice (1923), particolare. IN BASSO: bacino della centrale Gazza.

La centrale idroelettrica Gazza – Le opposizioni

Contrariamente alle speranze espresse dall’ingegnere, la Gaetano Marzotto & Figli dovette presto registrare due diverse opposizioni al nuovo serbatoio. La prima a nome dell’altra azienda Marzotto, il Lanificio V.E. Marzotto. Questa, che dalla separazione aziendale avvenuta nel decennio precedente aveva ereditato lo stabilimento di Valdagno, era recentemente passata nelle mani di Gaetano Marzotto jr dopo l’improvvisa morte del padre Vittorio Emanuele nel 1922. Il Lanificio V.E. Marzotto si lamentava del fatto che il nuovo serbatoio sulla Lora avrebbe provocato un danno alle sue centrali situate più a valle (Frizzi, Ponte Verde, Torrazzo, Marchesini, Valdagno) togliendo loro “la regolarità e la continuità di portata d’acqua” e di conseguenza non fornendo “quel rendimento continuo e costante di energia indispensabile per l’industria” (Archivio Impianti Agno, Centrale Marchesini (ex Torrazzo), fasc. storico, Opposizione del Lanificio Vittorio Emanuele Marzotto alla costruzione del serbatoio sulla Lora, agosto 1923).
L’azienda di Valdagno, come descritto nelle pagine precedenti, aveva presentato quindi un analogo progetto per un nuovo serbatoio per la sua centrale Torrazzo (13 agosto 1923) “per evitare la probabile mancanza d’acqua per le sue centrali più a valle (Marchesini, Valdagno)” (Archivio Impianti Agno, Centrale Marchesini (ex Torrazzo), fasc. storico, Opposizione del Lanificio Vittorio Emanuele Marzotto alla costruzione del serbatoio sulla Lora, agosto 1923). Questo serbatoio avrebbe causato a sua volta dei rilevanti problemi alla Gaetano Marzotto & Figli, in particolar modo alla sua centrale Maglio, situata a valle della Torrazzo. La ditta dei “Marzottini” si mosse quindi, a sua volta, a tutela degli interessi aziendali, presentando un’opposizione al nuovo serbatoio del Lanificio V.E. Marzotto nell’agosto 1923.
La seconda contestazione giunse da parte di Alessandro Marzotto. Come accadeva per la ditta di Gaetano jr, anche l’azienda di Alessandro e dei suoi figli avrebbe incontrato notevoli difficoltà dalla costruzione del nuovo manufatto sulla Lora. L’ingegnere lo denunciava chiaramente al Genio Civile di Vicenza: “Il serbatoio della Lora riuscirebbe di grave danno a tutte le mie sottostanti centrali di derivazione (Richellero, Bruni, Margherita, Facchini, Righellati, Seladi, Corè) per il fatto che verrebbe a togliere alle stesse quella continuità e regolarità di portata di acqua che è prevista e fissata dai relativi disciplinari di concessione” (Agcv, Gazza 236/AG, Documento di Alessandro inviato al Genio Civile di Vicenza, 26 novembre 1923).
Alessandro Marzotto descriveva dettagliatamente i problemi che avrebbe riscontrato a causa della nuova opera proposta. Nelle ore in cui sarebbe stata raccolta l’acqua nel serbatoio della centrale Gazza, la sottostante derivazione animante la centrale Richellere sarebbe dovuta rimanere “inattiva per la quasi completa mancanza d’acqua (litri 150 su 180 avuti in concessione)” (Agcv, Gazza 236/AG, Documento di Alessandro inviato al Genio Civile di Vicenza, 26 novembre 1923). Ciò avrebbe determinato, a catena, una riduzione della quantità d’acqua utilizzabile per le altre sei derivazioni più a valle, determinando “uno sconvolgimento ed una variante continua di portata che” avrebbe messo l’ingegnere “nella impossibilità di fare quel razionale continuativo impiego dell’Energia Elettrica per usi industriali e per illuminazione dei vari paesi” (Agcv, Gazza 236/AG, Documento di Alessandro inviato al Genio Civile di Vicenza, 26 novembre 1923). Inoltre, data la ridotta capacità delle vasche di carico delle centrali dell’ingegnere, la raccolta di acqua nel nuovo serbatoio avrebbe determinato “enormi riduzioni ed oscillazioni di acqua nelle vasche” togliendo “ogni possibilità di stabile impiego dell’energia prodotta” e mettendo così Alessandro Marzotto “nella condizione di mancare agli impegni già assunti” (Agcv, Gazza 236/AG, Documento di Alessandro Marzotto inviato al Genio Civile di Vicenza, 26 novembre 1923).
La situazione rimase in stallo per i mesi seguenti. Nel dicembre 1923 venne infine trovata una convenzione tra la G. Marzotto & Figli e il Lanificio V.E. Marzotto, con le due reciproche opposizioni che si sarebbero neutralizzate a vicenda: La V.E. Marzotto non si sarebbe opposta presso il Genio Civile alla costruzione del serbatoio della Lora e, analogamente, la G. Marzotto & Figli non si sarebbe opposta al serbatoio per la centrale Torrazzo e ad un possibile nuovo serbatoio presso il salto detto dei Frizzi per l’omonimo opificio idroelettrico, da poco costruito dalla ditta di Gaetano jr (Archivio Impianti Agno, Centrale Marchesini (ex Torrazzo), fasc. storico, Convenzione tra la Gaetano Marzotto & Figli e il Lanificio Vittorio Emanuele Marzotto per la costruzione di serbatoi, dicembre 1923). Questi ultimi due serbatoi non vennero però mai costruiti, come descritto in precedenza.
Se l’opposizione tra le due ditte “cugine” si era risolta in un tempo relativamente breve, diverso fu il destino della denuncia formulata da Alessandro Marzotto ai nipoti. Gli scarsi documenti relativi, sia al Genio Civile di Vicenza che nell’ex archivio Marzotto, non permettono di ricostruire con accuratezza e precisione questa vicenda, ma appare chiaro che si trattò di un vero e proprio braccio di ferro destinato a durare alcuni anni. Lo testimonia una lettera inviata al Genio Civile da Alessandro Marzotto nel 1925. A circa un anno e mezzo dall’opposizione, il terzo figlio di Gaetano Sr evidenziava come la Gaetano Marzotto & Figli avesse “da tempo messo in funzione il serbatoio costruito per la nota derivazione, con grave danno delle derivazioni sottostanti” (Archivio Eusebio Energia, Centrale Gazza, fasc. storico, Lettera di Alessandro Marzotto al Genio Civile, 3 febbraio 1925). L’ingegnere invitata il Genio Civile a provvedere affinché l’utilizzo del serbatoio per la centrale Gazza fosse quanto prima sospeso.
L’ufficio vicentino si mosse con rapidità e comunicò alla G. Marzotto & Figli quanto aveva appena ricevuto dall’ingegner Marzotto. Il Genio ribadiva come avesse tenuto fino a quel momento “sospesa la pratica relativa al serbatoio della Lora” ritenendo, come era stato esposto sia da Alessandro Marzotto che dalla Gaetano Marzotto & Figli, che “sarebbero intervenuti degli accordi onde appianare le opposizioni fatte per tale costruzione di quest’ultimo” (Archivio Eusebio Energia, Documento del Genio Civile di Vicenza inviato alla Gaetano Marzotto & Figli, 6 febbraio 1925). Il Genio dichiarava quindi lo stupore provato di fronte alla lettera inviata dall’ingegnere dalla quale aveva appreso l’irregolare costruzione e attivazione del serbatoio, per il quale erano ancora in corso le relative pratiche. L’ufficio invitava quindi la ditta laniera a “sospendere l’immagazzinamento delle acque” finché non fosse stata “in possesso della regolare concessione” (Archivio Eusebio Energia, Documento del Genio Civile di Vicenza inviato alla Gaetano Marzotto & Figli, 6 febbraio 1925).
La questione si protrasse anche negli anni successivi, fino al collaudo avvenuto nel dicembre 1927 che dichiarò come tutte le opere relative alla concessione per la centrale Gazza fossero ultimate e potessero dichiararsi approvate, compreso il nuovo serbatoio (Agcv, Gazza 236/AG, Collaudo del Genio Civile di Vicenza, 26 dicembre 1927; ivi, D.M. n. 3209, 12 aprile 1929). Redatto e firmato il relativo disciplinare nell’aprile del 1928, la concessione giunse nell’aprile dell’anno seguente, fissando le seguenti caratteristiche tecniche: quantità d’acqua fissata in 175 l/sec, salto utile di 174 m, per una potenza nominale di 406 hp (Agcv, Gazza 236/AG, Collaudo del Genio Civile di Vicenza, 26 dicembre 1927; ivi, D.M. n. 3209, 12 aprile 1929).

 

Gli aspetti naturalistici…non minoritari!

Si era già detto della storia di Recoaro Terme e di Recoaro Mille, ma poco della loro splendida cornice verdeggiante. L’ambiente naturale è forse il maggior patrimonio di Recoaro, circondato dalle Piccole Dolomiti, montagne molto interessanti dal punto di vista alpinistico ed escursionistico, che offrono la possibilità sia della gita domenicale sia di itinerari impegnativi.

La geologia dell’area

Filladi quarzifere.

L’aspetto geologico di Recoaro e dell’Alta Valle dell’Agno è caratterizzato dalla presenza di un basamento cristallino, costituito da filladi quarzifere risalenti all’Orogenesi Ercinica, sul quale poggiano le formazioni del Permiano e la serie completa del Triassico. Numerosi sono i motivi di interesse della zona, conosciuta fin dai secoli scorsi da studiosi e appassionati di Scienze della Terra.
La zona sommitale del Monte Rove è caratterizzata dall’affioramento del Calcare di Monte Spitz e di una piccola porzione della Formazione a Nodosus. Le rocce sono profondamente fessurate e il versante settentrionale presenta pareti rocciose e pendii molto impervi.
Il Calcare del Monte Spitz poggia sul sottostante Calcare di Recoaro ed è una delle formazioni più interessanti e studiate della serie triassica recoarese, depostasi circa 200 milioni di anni fa in ambiente marino di scogliera. Rappresenta una piattaforma carbonatica con frequenti variazioni di spessore, la potenza varia dai 200 metri nei pressi del Monte Spitz, del Monte Civillina e di Campogrosso ai 10 metri del Monte Rove e dell’area di Recoaro Mille.
Lo spessore del Calcare di Monte Spitz è collegato in modo inverso a quello della Formazione a Nodosus, unità pelagica del Triassico costituita da calcari micritici, seguiti da materiali vulcanodetritici e brecce.
Nelle pendici settentrionali del Monte Rove, in un punto molto conosciuto per l’abbondanza di fossili, affiora un’altra importante unità rocciosa del Triassico, la Formazione a Gracilis, una formazione depostasi in un ambiente lagunare dominato da ingenti apporti terrigeni, importante per la sua ricchezza in fossili (crinoidi, lamellibranchi, gasteropodi, ofiuroidi). Negli strati a Gracilis sono abbondanti le marne, spesso associate a siltiti, calcari e localmente gessi.
Dal punto di vista geologico la Catena delle Tre Croci è costituita dalla più importante formazione triassica affiorante nel recoarese, la Dolomia Principale. La Dolomia Principale si è deposta nel corso del Triassica Superiore e il suo notevole spessore (quasi mille metri nelle Dolomiti trentine e bellunesi) è dovuto all’instaurarsi di situazioni geodinamiche stabili per un lunghissimo lasso di tempo, con un’estesa piattaforma carbonatica pressoché inalterata durante tutto il Triassico Superiore.

Fossili di Neomegalodon gumbeli.

La formazione è caratterizzata da dolomia e calcari dolomiti con una stratificazione spesso evidente e con un colore che va dal grigio al bianco e al rosa. Uno dei pochi fossili guida della formazione è un lamellibranco, il Neomegalodon gumbeli, dal caratteristico modello interno simile all’impronta di un ovino.
In questa zona affiorano anche rocce vulcaniche sovrapposte alla Formazione a Nodosus e resti dell’attività eruttiva verificatasi nel Ladinico, alla fine del Triassico Medio, sia in ambiente subacqueo che subaereo. I primi prodotti vulcanici furono caratterizzati da un chimismo acido, seguirono materiali progressivamente più basici, per giungere agli ultimi prodotti vulcanici a composizione basaltica.

Gli aspetti vegetazionali

Le Piccole Dolomiti comprendono fasce di vegetazione successive che hanno inizio in zone altitudinali più basse rispetto ad altri gruppi montuosi più interni alla catena alpina. La vegetazione forestale dei versanti caldi e delle basse quote è rappresentata prevalentemente da orno-ostrieti e da ostrio-querceti.

I faggi dell’Altopiano delle Montagnole.

Entrambe le associazioni si presentano nei loro aspetti tipici, la prima sui versanti acclivi e con roccia affiorante, la seconda su suoli a maggiore disponibilità idrica. Oltre i 1.000 metri (600-800 sul versante nord) agli ostrieti subentrano le faggete, rappresentate sia dai tipi termofili che mesofili con alcuni esemplari particolarmente degni di nota siti sull’Altopiano delle Montagnole.
Oltre a queste formazioni principali, si possono localmente osservare boschi misti con fisionomia di aceri-frassineti, aceri-tilieti, castagneti e carpineti. Su questi boschi influiscono le condizioni microstazionali (impluvi, suoli umidi o acidi) e l’azione antropica. Tra le formazioni arbustive, sono molto comuni le situazioni dominate dal nocciolo, mentre i cespuglietti ad arbusti contorti subalpini sono poco diffusi a frammentari e concentrati soprattutto nei canaloni del versante settentrionale. Si tratta di limitate formazioni termofile a mugo ed altri arbusti tra le quali, qua e là, compare come relitto la rara Betula pubescens.
Le formazioni prative aride ricoprono una parte consistente dei versanti, in particolare di quello meridionale. Queste formazioni sono riconducibili principalmente al brometo, che si insedia nelle stazioni più termo-xerofile. I prati pingui sfalciati, invece, sono limitati alle prime pendici nei pressi degli abitati e sono inquadrabili negli arrenathereti.
Le zone sommitali sono caratterizzate da estesi arbusteti di pino mugo che sono andati sempre più a consolidarsi, dopo le devastazioni della Grande Guerra. Nelle zone cacuminali si trova anche la vegetazione tipica degli sfasciumi e delle rocce che, pur non avendo una copertura continua, si manifesta in maniera molto evidente grazie alla splendida fioritura delle specie che la costituiscono.
Per entrare nel dettaglio della zona, va detto l’Alta Valle dell’Agno è prevalentemente caratterizzata da formazioni di orno-ostrieto tipico, dove lo strato arboreo è nettamente dominato da Ostrya carpinifolia, sempre accompagnata da minori percentuali di Fraxinus ornus. Rare e sporadiche sono le altre essenze accompagnatrici, rappresentate da Fagus sylvatica, Acer pseudoplatanus, Sorbus aucuparia e S. aria. Lo strato arbustivo, piuttosto fitto, è composto soprattutto da Corylus avellana, Laburnum alpinum, e Viburnum lantana.

Tratto del sentiero in faggeta.

In corrispondenza degli affioramenti silicatici della zona, non sono infrequenti i castagneti ad alto fusto o, più spesso, a ceduo, ancora utilizzato, che nello strato arboreo, oltre al castagno, può presentare grossi esemplari di rovere (Quercus petraea).La conca di Recoaro è interessata anche da acero-frassineti, formazioni sviluppate in genere su suoli abbastanza profondi in cui predominano, nello strato arboreo, frassino maggiore e acero di monte, spesso accompagnati da tigli e orniello.
In particolare, il sentiero in oggetto si sviluppa all’interno di una tipica faggeta montana, dove il faggio è sempre dominante e, sporadiche, sono presenti le altre latifoglie (Sorbus aucuparia, S. aria).

Gli aspetti faunistici

Il falco pecchiaiolo.

Nelle zone umide come le pozze d’alpeggio incontriamo numerosi anfibi, con varie specie di tritoni, rane e rospi. Nei boschi umidi, invece, è frequente la salamandra pezzata. Ben rappresentati sono anche i rettili, con i sauri (lucertole, orbettino, ramarro) e gli ofidi (colubri, biacco, coronella, natrice dal collare, vipera comune e marasso).
Ricca è la presenza di uccelli, sia stanziali sia migratori. Verso le cime più alte volteggia l’aquila, più in basso possiamo avvistare la poiana, il falco pecchiaiolo, lo sparviere, il gheppio e il nibbio bruno. Di notte il silenzio è rotto dai richiami e dallo sbattere d’ali dei rapaci notturni , soprattutto la civetta e l’allocco. Tra le aspre pendici rocciose possiamo incontrare il gallo forcello e la coturnice, mentre non è raro assistere al volo di grossi stormi di gracchi. Nei boschi si sentono i richiami delle cince, dell’usignolo, del pettirosso, della capinera e di moltissimi altri piccoli uccelli.

Lepre con cuccioli.

Nel mezzo del bosco può accadere di sentire il tambureggiare dei picchi, mentre è ben conosciuto da tutti il caratteristico richiamo del cuculo. Durante il periodo autunnale, vi è un notevole transito di numerose specie che si involano verso i siti di svernamento.
Tra i mammiferi, scomparsi nei secoli scorsi i grandi carnivori, si conta la presenza della volpe e di diversi mustelidi (faina, donnola, martora, tasso, ermellino). Sempre emozionante è l’incontro con il timido capriolo e, in alto, tra le rocce, con l’agile camoscio. Nei pascoli e tra gli arbusti della fascia subalpina sono diverse colonie di marmotte, mentre più in basso si avvista frequentemente a lepre. Nei boschi possiamo incontrare scoiattoli, ghiri, moscardini e numerosi altri micromammiferi.

I nostri supporter

  • Associazione “Le Guide”, Guide alpine e naturalistico-ambientali, partner per lo sviluppo di prodotti turistici per l’accompagnamento, la promo-commercializzazione dei prodotti stessi attraverso fiere e workshop dedicati, in collaborazione con Ufficio turistico di Recoaro Terme e Consorzio Vicenzaè, sviluppo di prodotti turistici legati all’Anello Ecoturistico Agno – Chiampo, al “Sentiero Energia” e prodotti pedemontana-turismo rurale;
  • Eusebio Energia Spa e Impianti Agno Srl, quali gestori delle centrali idroelettriche collegate con gli acquedotti della valle, per la creazione di un circuito virtuoso basato sulla produzione e utilizzo di energia derivante da fonti rinnovabili, valorizzando, anche dal punto di vista turistico e educativo, impianti presenti in zona fin da epoca storica;
  • Attività del territorio come Malga Lora e Rifugio Cesare Battisti, che oltre ad essere fruitori del percorso stesso, possono essere veicolo di comunicazione e promozione del sentiero.

Fonti

  • Dal Lago M. et al. (2012). Dizionario biografico della Valle dell’Agno. Cierre Edizioni.
  • Regione Veneto (2010). Piano di Gestione Zona di Protezione Speciale IT3210040. Monti Lessini – Pasubio – Piccole Dolomiti Vicentine.
  • Sandri S.e Franceschi M. (2006). Monti Lessini – Pasubio – Piccole Dolomiti Vicentine. I Siti di Importanza Comunitaria della Montagna Vicentina. Veneto Agricoltura.
  • Sottoriva S. (2017). Energia dall’acqua. Le centrali idroelettriche dell’alta Valle dell’Agno. Cierre Edizioni.